scritta Chi sei adesso

Nutrire una visione unica

Quando ho iniziato il tirocinio il mio primo progetto educativo prevedeva che io e la mia compagna di avventura riuscissimo, tra le altre cose, a insegnare all'utente C., in istituto da oltre 30 anni, a soffiarsi il naso usando il fazzoletto invece delle mani. Non era molto entusiasmante come obiettivo ma era segnalato come necessario perché quell'abitudine aveva una ricaduta importante nella sua permanenza al reparto 9 e rendeva quasi impossibile la sua socializzazione.
Ricordo bene il momento in cui varcavo il portone di vetro e ferro battuto sotto cui sarebbe passato un elefante e io mi sentivo piccola mentre entravo intimorita nel presidio psichiatrico. Nella tasca della giacca avevo già la sigaretta pronta per il primo utente che sembrava aspettarmi solo per scroccare una paglia. La sigaretta sembrava una tassa da pagare che allungavo poi accelerevo il passo, percorrevo il lungo chiosco impregnato da un odore proveniente dalla torrefazione e ogni volta mi veniva la nausea. Svoltavo a sinistra e arrivavo al punto in cui, in piedi in mezzo all'erba, c'era un utente intento a masturbarsi e dovevo ignorarlo pena un'aggressione.
Mi chiedevo se quello fosse il mio destino professionale.

Mi ero appassionata all'idea che avevo del mestiere grazie al romanzo Una bambina di Torey Haiden. Dovevo leggerlo per un esame di psicologia dell'età evolutiva. Il viaggio educativo, visto attraverso i suoi occhi, mi sembrava tanto difficile quanto meraviglioso. Mi incantava il modo con il quale portava le persone dal punto A al punto B, oltre il disagio e il dubbio, per poi lasciarle proseguire sicure sulle proprie gambe.

Ben presto però capii che empatia e il sentire sottile non erano molto compatibili con contesti patologici, almeno non per me che avevo già abbastanza situazioni personali distorte con cui confrontarmi, al punto da avere la sensazione di non staccare mai.

Mi chiedevo anche se quel percorso accademico mi avrebbe insegnato davvero qualcosa, se le competenze di un piano di studi così variegato, sarebbero diventate utili anche per fare altro oltre che per insegnare a usare il fazzoletto a un ultrasessantenne o ignorare un uomo che si masturbava trascinandosi da una parte all'altra della struttura nei momenti di pausa. Non era un utente del nostro reparto ma avevamo mappato i suoi spostamenti studiando i percorsi alternativi (per non rischiare aggressioni come suggerito dai nostri tutor).
Non sapevo cosa avrei fatto dopo ma di certo speravo di fare altro.

In queste settimane di revisione del mio progetto professionale e di scelte di quello che sarà il nuovo spazio virtuale, mi sono accorta di aver commesso un errore. Cioè, di certo ne ho fatti molto di più ma uno si è palesato con prepotenza in questo periodo.

Il lavoro che avevo iniziato prima del lock down era partito da una richiesta di Paola, la mia consulente:
"Fammi la lista delle tue competenze". Cosa ci vuole, le conosco bene.
Vederle nero su bianco ha fatto un certo effetto a entrambe: lei si aspettava meno voci, io non ricordavo di averne dimenticate tante ma mi ha stupito soprattutto constatare il totale inutilizzo di buona parte di esse.

Ho avuto la sensazione di aver rinnegato un percorso partito in modo difficile e che mi ha quasi costretto a esplorare il mondo olistico e della crescita personale e spirituale come se quello fosse il suo unico scopo:
portarmi via da quell'ambito senza aver chiaro verso quale destinazione stessi andando.

Uso alcune competenze da anni dandole per scontate, e probabilmente lo fai anche tu, senza onorarle o essere grata. Non si parla di celebrazione, sia chiaro, ma di consapevolezza.

Lavorare sulla mia comunicazione mi ha spinta a confrontarmi con tutto il mio percorso, non solo con gli strumenti e le competenze che uso, ma anche con le esperienze che ho acquisito attraversando quei corridoi impregnati di odori vari che cercavo di coprire con olio essenziale di rosa, spalmato con cura sotto al naso e sui polsi.

In questi giorni di fermo, in cui tutto dentro si muove (ne ho parlato anche qui), ripercorrere la mia storia mi ha fatto ricordare il potere dell'intervento pedagogico e del dialogo che aiuta le persone ad traghettare dal punto A al punto B.

Del resto se C. in pochi mesi ha imparato a usare un paio di fazzolettini di cotone bianchi con i fiorellini (lo so, non è il massimo ma ero già nell'era dei fazzolettini di carta e non si prestavano allo scopo) ha senso che tutte quelle competenze riprendano il proprio posto calandole meglio nel mio ambito attuale invece di continuare e vederle muoversi come comparse sullo sfondo.

Non so cosa sarà successo a C. dopo la fine del mio tirocinio in quella struttura, così come non aveva importanza cos'era successo prima del mio arrivo perché potevo conoscere la sua storia ma non potevo agire sul suo passato.

Calvino diceva:

Tutto è sempre cominciato già da prima, la prima riga della prima pagina d'ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori dal libro.

L'educazione, come la spiritualità, si nutrono di presente. E' il tempo umano e l'unico in cui possiamo agire, il qui e ora. Adesso riesco a calarle in una visione unica e più armonica.

Tu sei riuscita ad accordare tutte le tue vite, le competenze, i sogni?

Comments

  1. Annalisa

    Bellissimo, mi sono commossa, anche per come è scritto.

    1. Ciao Annalisa,
      nel senso che ti sei commossa perché non ci sono refusi? 😛
      Scherzo. Ne scappano sempre. Ormai c’ho (quasi) fatto pace.

      Sono contenta che ti sia piaciuto. 😀

      Benedizioni

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