Aiutare gli altri

Una delle cose che sento dire spesso da chi svolge professioni d'aiuto alla persona è che sente di essere qui per aiutare gli altri. Quando parla del piacere che prova nel sentirsi dire Grazie, a volte si commuove. Scegliere di aiutare gli altri per qualcuno è una missione, per altri è tutto un altro viaggio.

Da sempre ascolto storie. Che siano di persone reali, invisibili o personaggi, ascolto e ho il brutto vizio di fare un sacco di domande scomode. Chi ha scelto di lavorare con me sa che di fronte ad alcuni nodi non ho paura di indagare. La sensitività e la passione per le storie mi aiutano a leggere tra le righe, fare ipotesi diverse e porre le domande giuste per aiutare le persone, non solo i personaggi, a vedere strade nuove.

Ieri ho finito di leggere On writing, di Stephen King. L'ho letto a più riprese perché rifiutavo quello specchio che in parte mi rappresenta tanto. Lui si è arreso alle storie. Io no. Continuo a fare resistenza, a voler trovare un modo che mi rappresenti e sia giusto per me, per portare le storie e la scrittura nella mia vita.

King scrive:

D'accordo, ho ricavato parecchio grano dalle mie opere di narrativa, ma non ho mai buttato giù una sola parola con il pensiero di venire pagato.
...
Scrivo perché mi sento realizzato. Magari in passato è servito a estinguere il mutuo della casa o mandare i figli al college, ma non era quello il punto. Lo faccio per la scarica di adrenalina, perché mi dà gioia e, proprio per questo, continuerei all'infinito.
In certi periodi è stato un atto di fede, un pugno in faccia alla disperazione e all'angoscia".

 

Fare le cose solo per soldi in realtà non paga davvero. Appaga per un po' la mancanza di fiducia in se stesse e la scarsa autostima, ma resta un lavoro. Quando scrivevo per il piacere di farlo era tutto più facile e non mi sentivo sbagliata per l'ennesimo testo finito e lasciato nel pc. Non mi sentivo in dovere di raccontarlo e farlo leggere. Scrivevo perché avevo l'impellenza di farlo. Mi succede la stessa cosa quando voglio aiutare gli altri. Oggi so che scrivere e aiutare gli altri appagano parti diverse di me perché appartengo a diversi regni degli angeli terreni.
Se la molla fosse stata riempire il portafoglio, prima che nutrire l'anima e sentirmi al posto giusto, ogni lunedì mi svegliarei con la faccia triste.

Quando mi sono iscritta all'università sapevo di essere qui per aiutare gli altri solo che non sapevo come. Di certo l'obiettivo non doveva essere fare soldi.

Iniziai i corsi pensando che da grande avrei aiutato i tossicodipendenti a rinascere come l'araba fenice. Un giorno il nostro tutor di tirocinio raccontò la sua esperienza in strutture per persone con dipendenza da sostanze e in casa famiglia con minori. Mi colpì molto il suo racconto sulle comunità perché a tratti le guance gli diventavano rosse di rabbia, si toccava i capelli spesso e la voce si faceva incerta per scegliere bene le parole da pronunciare o le parolacce da censurare. Alcune mie compagne di corso erano estasiate perché nel suo racconto riconoscevano la loro missione. Io no.

L'idea di poter lavorare con persone astute e bugiarde, per via della dipendenza, non mi piaceva affatto. Capii che non era l'ambito giusto ancor prima di metterci piede.

Il primo anno di tirocinio scelsi, per sfida, di andare in un presidio psichiatrico. Mi sono trovata bene finché non ho saputo che un paziente aveva appeso al muro un'infermiera tenendola per il collo. Era molto più alta di me e l'aveva alzata con una sola mano.

Maurizio, l'inserviente del reparto, mi disse che c'era stato un ritardo nell'aiuto e, toccandosi il collo chiuso nella divisa bianca, precisò: "Se l'avesse fatto a te ti avremmo trovato secca". Conoscendo il paziente sapevamo entrambi che aveva ragione. L'infermiera rimase a casa per un bel po' e io feci le ultime venti ore di servizio con la paura addosso. Stando in quell'ex manicomio, travestito da presidio psichiatrico grazie al cambio nome concesso da un decreto, scoprii che la malattia mentale, per me, è emotivamente molto impegnativa da gestire.

L'anno successivo finii in neuropsichiatria infantile con pareti azzurre piene di disegni giganti, il vociare dei bimbi e il profumo di puré, cotolette e mela cotta. C'erano un sacco di bimbi e di mamme preoccupate ma ero in un ambiente protetto rispetto al precedente: mi avevano assicurato che avrei lavorato con ospiti sempre diversi e non avrei avuto modo di affezionarmi agli utenti.

Due giorni prima dell'inizio del tirocinio il tutor mi convocò in reparto con la dottoressa che si occupava di organizzare i servizi. Quando mi accorsi che le altre tirocinanti non c'erano capii che non ero lì per concordare gli orari ma per ricevere una proposta che, secondo loro, non avrei potuto rifiutare.
All'epoca abitavo vicino agli Spedali civili di Brescia e loro avevano bisogno di qualcuno che seguisse un'adolescente con un disturbo alimentare, in struttura già da due mesi.

Non mi piacque molto l'idea perché dopo il primo tirocinio avevo avuto una reazione depressiva con successivi attacchi di panico e non mi andava di sognare ancora i pazienti e perdere il sonno lasciando che le loro storie condizionassero la mia.
Il caso però, si fa per dire, fece sì che fossi l'unica tirocinante a poter garantire la presenza ai pasti. Lo lessi come un segno.
Iniziai il mio percorso di nascosto e a casa non dissi nulla. Nonostante l'età non avevo il cellulare. Con la complicità della mia compagna d'appartamento, ogni sera mia madre si sentiva dire che ero scesa a prendere il pane o a fare la spesa mentre io ero in reparto con una ragazzina che durante le fasi down uccideva tutti i suoi tamagotchi o chiedeva di pesare l'olio che andava sulla pasta.

Dovevo controllare che mangiasse e monitorare ogni suo spostamento un'ora prima e un'ora dopo i pasti. Non poteva neppure chiudere la porta quando andava in bagno. Mi sentivo una carceriera mentre lei sembrava averci fatto l'abitudine.

Certo, non era drammatico come vedere un paziente nudo urlare, legato stretto alla sedia prima di finire sotto la doccia ma, in ogni caso, il ruolo di sorvegliante non mi sembrava una situazione rispettosa. Era per il suo bene e se volevo aiutarla dovevo rispettare le regole. Dovevo imparare, studiare, fare esperienza e farmi le ossa.

Al primo colloquio post laurea mi offrirono 6,70 all'ora, lorde, per seguire una famiglia con un padre violento, una mamma alcolista e tre figli minorenni.
"Un cleptomane, un disturbo alimentare e un abuso di sostanze" disse la responsabile del colloquio.

Avevano già cambiato tre educatrici nel giro di pochi mesi perché era necessario fare contenzione sul più piccolo. Peccato che, a detta della responsable, il bambino era più grande e corpulento di me, nonostante avesse solo undici anni. In pratica, mi stava anticipando che le avrei prese, come le educatrici che mi avevano preceduta. Era un servizio domiciliare, senza protezione, e per arrivarci con i mezzi avrei dovuto fare 3 ore di viaggio per un'ora di lavoro.
Rifiutai sia per la distanza sia perchè non volevo più cascare nella trappola della sfida. C'ero già passata e non era stato piacevole.

Aiutare gli altri è mettersi al servizio e significa accogliere i loro drammi e i loro dolori prima che i loro soldi. Possiamo aiutare gli altri in mille modi e non dobbiamo necessariamente farlo diventare un lavoro. Possiamo scegliere un'associazione, collaborare alle feste di paese, fare servizio in un canile o gattile o andare in giro munite di guanti in lattice per pulire i parchi dalla plastica mentre i nostri figli o nipoti giocano felici sull'altalena.

Quando la notifica del pagamento diventa più importante del mettersi al servizio forse abbiamo perso la motivazione e stiamo solo facendo un lavoro. Lo scopo della vita è uno scambio e pensare di essere qui solo perché abbiamo una missione speciale per il mondo, senza dover imparare, è un filino presuntuoso.

Aiutare gli altri non dovrebbe essere una professione scelta per moda. Ci allontanerebbe completamente dal nostro percorso e lo sposterebbe sull'appagare l'ego e sentirsi dire "Brava". Siamo qui per riconoscere il nostro posto, anche senza libretto d'istruzioni sulla vita e possiamo vivere in armonia imparando e facendo ciò per cui siamo nate.

Questo è lo scopo di vita ed è aderente all'esperienza stessa del vivere.

Lo scrittore scrive perché sente il piacere e l'impulso di farlo. Aiutare gli altri è come scrivere. Solo che non possiamo scrivere il finale delle storie altrui. Siamo solo un personaggio che si muove sulla scena e non siamo lì per sentirci dire "Grazie" o fare soldi sulle spalle degli altri, ma per aiutare il protagonista a risolvere un conflitto.

E nella storia degli altri, quando cala il sipario, il personaggio principale che prende gli applausi non sei tu.

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