Lacrime e latte

Chi mi segue sa che in genere non amo raccontare i fatti miei, men che meno qui dato che non è un mommy blog. Ho deciso di scrivere questo post dopo che diverse persone mi hanno detto: “Dovresti raccontare la tua esperienza”. Lo faccio, non per schierarmi a favore o contro l’allattamento al seno. Il mio intento è far capire che anche in questo bisogna avere libertà di scelta e scegliere, ascoltando se stesse e non il resto del mondo, significa trovare il benessere. Il post è lunghissimo e me ne scuso in anticipo. 

Che si allatti al seno o con il latte artificiale, quando si parla di allattamento si rischia di scatenare il caos. Non mi interessa farlo. Quando ho avuto il primo figlio avevo 35 anni. Ero in un ospedale che aveva il nido e l’allattamento era a orario. Mio figlio mangiava al nido e quando andavo da lui si faceva grosse dormite tra le mie braccia. Davo la colpa agli antibiotici che stavo prendendo e mi faceva puzzare di farmaci.
Il rientro a casa fu difficile. Tiravo il latte e ne uscivano giusto 10 grammi, quando andava bene. Avevo acquistato il latte artificiale, anche se puzza di pesce, e ho benedetto chi lo aveva inventato perché mi sentivo inadatta per non avere latte e ogni suo pianto era una pugnalata. Per sei mesi ogni tre, quattro ore, mi tiravo il latte, preparavo il biberon, sterilizzavo e via dicendo. Quello che una mamma può scegliere di fare. Spesso provavo ad attaccarlo, ma nulla. Forse ho il capezzolo grosso, forse lui è pigro, forse… forse. E in mezzo ai miei dubbi c’erano le voci di tutti quelli che mi dicevano: “Lascia perdere, dagli il latte artificiale. Non è mai morto nessuno per il biberon”. Non ascoltavano me e neppure il mio bambino. Davano ascolto solo al loro bisogno di mettere bocca, di dare consigli non sapendo nulla di allattamento e, spesso, non ne avevano avuto neppure esperienza. Ma io avevo deciso che volevo dargli il mio latte. Sono intollerante al glutine e ho diverse allergie e so che il latte materno è una manna per il sistema immunitario (ci sono fior di studi sui benefici, non serve che li dica qui) e non entro nel merito del legame mamma-figlio sul piano emotivo e psicologico. Se lui non voleva attaccarsi avremmo trovato il nostro modo per affrontare la cosa.  Ormoni e tiralatte (elettrico di giorno e manuale di notte) mi avevano fatto venire una tendinite con dita a scatto, avevo sbalzi d’umore frequenti e mi sentivo rifiutata come mamma. Il fidanzamento con il tiralatte aveva funzionato: dopo due mesi avevo tolto l’artificiale e avevo la collezione di biberon di latte materno in frigorifero. A volte quando gli davo il biberon o quando infilavo il seno nel tiralatte come una brava mucchina, mi veniva da piangere, ma una vocina interiore, dolce, profonda e lontana, mi suggeriva: “Non piangere o il latte sa di lacrime”. In quei mesi divenne un mantra e quando andavo a dormire mi visualizzavo con il seno gonfio di latte come alcune statue di orribili fontane un po’ melmose. Quando aveva sei mesi un venerdì sera mi accorsi che aveva la febbre. Ovvio, succede sempre nel fine settimana. Fu un week end faticoso al termine del quale, non so come e neppure perché, iniziò ad attaccarsi al seno. L’ho allattato fino a una settimana prima del terzo compleanno. Avevo già provato a smettere, ma non eravamo pronti (più lui che io). Ancora oggi quando ne parliamo mi dice: “Mamma, avevo solo bisogno di un po’ più di tempo”.

Oggi il nostro secondo bimbo compie cinque mesi. Gravidanza magnifica e parto super veloce. Il post parto è stato impegnativo a causa dell’ipertensione iniziata durante il travaglio. Ho scelto un ospedale con il rooming in e il nido per la notte. I medici erano impegnati a cercare una cura per la pressione alta mentre a me interessava potermi alzare dal letto senza rischiare di collassare per andare a prendere il mio pupetto al nido. Un pomeriggio mi sono addormentata per 20 minuti. Mi ha svegliata un’infermiera e io non sapevo che ora fosse e straparlavo convinta fossero le sette di mattina. Per la prima volta dopo nove mesi ho pianto. Io, che durante la gravidanza avevo sempre gestito e incastrato tutto, tra i mandala per l’eshop, i romanzi, il corso sulla gestione del tempo, la casa, il blog ecc. mi ero addormentata scordandomi di andare a prendere il bimbo. La pressione ovviamente schizzò alle stelle, le infermiere mi dicevano di stare calma, di non piangere, mentre le mie compagne di stanza dicevano: “Lasciatela piangere, ha detto che non piange da mesi”. La verità è che avevo vissuto un periodo così intenso e bello che piangere era da ingrata.
La terapia ipertensiva però causava iperprolattinemia ed era l’unica compatibile con l’allattamento. Lui si attaccava poco. Un giorno, dopo aver discusso con le puericultrici del nido, con il seno gonfio, dopo aver tentato la via degli impacchi caldo umidi per facilitare la montata e scongiurare una mastite, chiesi a mio marito di portarmi il tiralatte. Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più… (cit.)

Non si piange sul latte versatoUna volta dimessi lui si attaccava poco e tiravo anche il latte perché faceva fatica a recuperare il peso della nascita, aveva spesso il singhiozzo, rigurgitava poco e andava in apnea e ogni volta la mia pressione schizzava alle stelle. Il pediatra mi disse che non era reflusso, ma una semplice immaturità che si sarebbe risolta crescendo. Verso i due mesi, dopo l’ennesimo episodio in cui gli era andato di traverso il latte preso dal seno, ha smesso di attaccarsi. Quando provavo ad avvicinarlo iniziava a urlare, inarcava la schiena e diventava paonazzo. Ancora una volta mi sono sentita rifiutata e inadatta come mamma, ma a differenza di prima sapevo che quel pensiero era frutto degli ormoni e dell’inesperienza.
Se il primo figlio aveva avuto sei mesi di tempo avrei dato tempo anche al secondo. Prima di partire per le vacanze, stanca dei consigli del pediatra, che scherzando mi disse: “Signora lei ha la tetta assassina” e mi prescrisse un integratore per aumentare il latte, Barbara mi parlò di riflesso di emissione forte e mi suggerì di contattare Katia, consulente allattamento certificata con cui collaborava. Ci sentimmo al telefono e in quasi due ore di conversazione mi diede ottimi spunti di riflessione e alcuni consigli su come affrontare la situazione in attesa del rientro dalle ferie, dato che avevo già provato le posizioni antigravità e i paracapezzoli.

In viaggio stavamo percorrendo la nuova variante di valico di Firenze, quella bella galleria tutta illuminata quando mi sentii osservata da un autista che, sorpassando l’auto, mi vide pronta per tirarmi il latte. Fu la goccia (non di latte) che fece traboccare il vaso: in quel momento realizzai che avevo finito ogni energia e non ne potevo più. Ero esausta di quei tre mesi tra tentativi di allattamento al seno e tiralatte, sterilizzazione ecc. Dopo il biberon lui dormiva un sacco! Wow! Così avevo il tempo per tirare il latte, stare con il più grande e occuparmi della casa.

Ho seguito i consigli e durante le vacanze siamo stati dalla nostra osteopata. Per lei non c’erano blocchi o rigidità che impedissero la poppata. Dopo qualche giorno andai dalla kinesiologa per la mia pressione (ho già raccontato di questo percorso nella newsletter). Decisi che potevo indagare sui piani sottili e profondi anche per lui per capire quale blocco ci fosse.
Risultò che la sua era una presa di posizione che manifestava anche fisicamente, inarcando la schiena ecc. Lo faceva anche in gravidanza quando qualcosa non gli andava: si puntava o mi riempiva di calci.
Lavorai su questo, mi ascoltai per capire se in qualche modo potesse sentirsi forzato o costretto ad attaccarsi al seno. Mi accorsi che tutto questo mi stava creando ulteriore stress e decisi che quelli sarebbero stati gli ultimi tentativi poi avrei mollato, avrei tirato il latte fino ai sei mesi come avevo fatto per il primo e amen. Se non voleva attaccarsi al seno non mi sarei sentita meno mamma per questo.

Ho sospeso una prima pastiglia e mi piace pensare che forse questo abbia aiutato il riflesso di emissione a diminuire un po’. Dopo due settimane ho smesso anche la seconda e credo che questo abbia contribuito al cambiamento. Un pomeriggio per merenda si attaccò al seno e mi sembrò una cosa meravigliosa perché non stava prendendo il ciuccio, stava mangiando! Mi stava dimostrando che era capace, che non c’era alcun impedimento solo che a lui non andava.
Sorvolo sui commenti che andavano dal giudicare lui pigro e viziato perché con il biberon è facile, e io una pseudo santa o eroina con un fondo infinito di pazienza. Entrambe ipotesi errate che risuonano come giudizi.
Al rientro dalle vacanze finalmente ha iniziato ad attaccarsi con più costanza. Alternavo poche poppate al bibe sempre con il mio latte tirato a poppate al seno. Dopo tre giorni ho sentito che finalmente l’incubo stava finendo e… mi è venuto un herpes in fronte, così grande che ha lasciato una cicatrice tale da farmi assomigliare a Harry Potter versione milf.

E’ la settimana dell’allattamento e ribadisco che per me è e resta una scelta personale della coppia madre-bimbo in cui dovrebbero entrare solo le persone realmente in grado di aiutare e gli schieramenti non fanno bene a nessuno. Le parole pesano come pesano le domande e i giudizi per l’aggiunta, o il poco latte. Con il primo figlio ricordo che ero al centro commerciale e gli stavo dando il biberon. Passò una mamma, presumo tettatalebana, che mi attaccò un pippone infinito sull’allattamento al seno. Non ebbi neppure la forza di zittirla chiedendole se volesse assaggiare il mio latte messo nel bibe. Ero mortificata da una sconosciuta che si prendeva tanta libertà, ma non avevo energie da buttare per replicare.
Se una neomamma allatta al seno va bene. Se allatta con il bibe va bene uguale. Se dà l’artificiale avrà le sue ottime ragioni per farlo. Siamo tutte mamme e le scelte che facciamo non ci rendono più o meno mamme. Ci rendono speciali agli occhi dei nostri figli e sono gli unici che contano. Non quelli degli altri. Ho fatto di tutto per allattare e sono felice di averlo fatto ancora nonostante la pressione alta, il mal di testa, le mani con le dita a scatto.
Ogni scelta è sostenuta da ragioni precise e io non sono nessuno per giudicare le scelte altrui. E nemmeno tu.

E sì, scrivendo questo post mi è salita la pressione e ho pianto. E va bene così.

Testo e immagini © Mathilda Stillday

Comments

  1. Rosalba

    Ho pianto leggenditi e non me ne frega se sono gli ormoni penso che anche loro hanno un’anima. Pensavo di avere esagerato con i miei 26 mesi ma tu mi hai superata. Ho visto attraverso il tuo racconto la tenacia e la forza che non pensavo di avere. A me ha cominciato a succhiare anche il sangue per le ragadi che per la mia problematica era uno punto a sfavore. Il pediatra era favorevole all allattamento al seno e gongolava neanche se lo allattasse lui! Mi diceva di non preoccuparmi per le feci scure. Che idiota. Tutto il casino per colpa sua, per colpa delle vaccinazioni mi trovo un figlio con febbre oltr i 40 e le convulsioni. Ho combattuto. Dicevano che era malato, che avrebbe dovuto trapiantare i reni. Dicevano che…era sanissimo e l hanno bombardato di antibiotici. Io ho dato il mio latte e il mio sangue per guarirlo. Che grandi che siamo. Uffff che emozioni. Un abbraccio e un bacio a te e i tuoi figli.

    1. Rosalba godiamoci queste benedette lacrime. 😀 Che siamo due testone lo sapevamo già, no? 😉
      Un abbraccio a te

  2. Io Alice non l’ho allattata e la colpa la do a me stessa e a chi mi è stato intorno, incapace di seguirmi come si deve (capirai…il primo figlio a 27 anni) e sono straconvinta che un eventuale secondo figlio lo avrei allattato alla grande.

    1. Eccolo! Il commento timido. 😀 Sai che ero convinta che con il secondo non avrei avuto problemi e invece, tac! Abbiamo avuto un po’ di tribolazioni. Ma siamo qui.

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