Arte e benessere: intervista a Lavinia

Parlare di arte significa far emergere tutta una serie di convinzioni limitanti, alcune legate alla sfera economica, che si sono radicate in noi in base a ciò che ci è stato detto sugli artisti e sulla vita che conducono.
Quando ho conosciuto Lavinia Costantino e ho capito che lavoro faceva, mi si è riempito il cuore. La sua professione è legata all’arte e allo spettacolo in tante forme diverse, così le ho proposto di raccontarci il suo progetto e i suoi sogni.

Alcuni bimbi hanno le idee chiare su cosa vogliono fare da grandi. Altri diventano adulti e passano da una professione all’altra sperimentandosi in varie forme. Quando hai capito di voler fare l’artista?

Quando avevo sette anni. Non chiedermi perché: in famiglia non c’è nessun artista e i miei genitori non erano melomani. All’epoca ricordo di aver pensato che essere un’attrice mi avrebbe permesso di vivere tante vite in una.

La foresta di Sherwood è un luogo leggendario. Vuoi spiegarci cos’è per te?
(Prima di leggere la risposta, visto che su questa pagina si respira arte e bellezza, fatevi un regalo: visitate la pagina e mettete un ‘mi piace’, pls! Grazie anticipatamente 😉 )

Non è molto diversa da quella che la leggenda di Robin Hood ci ha trasmesso: un luogo in cui ciascuno è accolto, senza giudizio aprioristico, e può mettere le proprie risorse in condivisione con la comunità. Era l’augurio migliore che potessimo farci quando abbiamo scelto di portare le arti performative nei contesti dell’educazione, della prevenzione, della terapia e dello sviluppo personale.

AUGELLETTO JPG BASSA 047
Lavinia Costantino indossa l’abito di scena.

Teatro, danza, danza terapia, yoga. Svelaci il filo rosso delle tue passioni. Cosa le unisce?

La fiducia smisurata nella potenza del linguaggio corporeo, che è l’origine della comunicazione umana e nel quale, di conseguenza, si radica tanta parte della nostra identità. Lavorare con il corpo permette un’autenticità verso gli altri e verso se stessi che solo molto più lentamente si ottiene lavorando con linguaggi legati al verbale e al cognitivo: per questo tramite il teatro, la danza, e in modo differente lo yoga, si compiono salti di crescita diversamente impensabili. Inoltre, l’espressività corporea, che non vuol dire solo movimento ma anche tocco, sensazione, relazione primitiva, è una risorsa inalterata e sana anche in condizioni di grave patologia e limite, perciò permette davvero a tutti di giocarsi in una relazione ricca a prescindere da “barriere” quali malattie, fragilità culturali o cognitive, differenze linguistiche…

Durante una chiacchierata mi hai detto che i bimbi, quando sbadigliano durante le lezioni di yoga, si sentono in colpa perché in genere vengono richiamati se ciò accade in altri ambienti di apprendimento.
Puoi spiegarci meglio cosa ti piace e cosa non ti piace della scuola per come la conosci?

Mi piace il conflitto generazionale che si crea: sarò impopolare, ma lo trovo molto sano e rigenerante. Mi piacciono le opportunità e le sfide educative e sociali che la multiculturalità ci sta ponendo, e che purtroppo troppo spesso ignoriamo. Mi capita di fare teatro in inglese con bambini che sono già bilingui con l’italiano e un’altra lingua materna/paterna e che provengono da almeno tre continenti: la diversità è un’enorme ricchezza, ma necessiterebbe di pedagogie speciali che al momento non sono una priorità. Mi piacciono quegli insegnanti, purtroppo sempre meno, che da autentici eroi resistono e mantengono alta la bandiera dell’educazione nel senso più pieno del termine, anche in un ambiente che per l’appunto pone sfide per le quali le istituzioni non offrono strumenti di risposta adeguati, e in cui il rischio di burn out è altissimo. Sono pochi, ma davvero non hanno nulla da invidiare a Robin Williams ne L’attimo fuggente: i ragazzi lo riconoscono al volo, e reagiscono di conseguenza. Trovo però assurdo e anacronistico tutto il resto dell’impianto scolastico: gli orari pochissimo rispettosi del naturale bioritmo infantile/adolescenziale, l’obsolescenza dei contenuti e delle modalità didattiche e di relazione, il predominio della prestazione come strumento di valutazione, ma più di tutto il fatto che l’apprendimento si svolga quasi esclusivamente tramite il canale cognitivo verbale. Questo non solo penalizza chi, da un punto di vista di intelligenze multiple, possiede competenze migliori in altri ambiti, ma genera degli adulti fragili e impreparati alla realtà del lavoro e della vita.

Quali sono le proposte e i percorsi che proponete e a chi sono rivolte?

Abbiamo un ampio repertorio di spettacoli, narrazioni ed eventi per la fascia 2-18 anni, sia in italiano che in inglese. Proponiamo laboratori alle scuole o nei contesti del tempo libero (teatro, danza, yoga, gioco in inglese, educazione all’immagine, piccolo circo) e percorsi di arte terapia presso centri per disabili ed equipe multidisciplinari. Perché l’accoglienza di queste proposte sia sempre più agevole e consapevole, abbiamo fatto la scelta di realizzare anche percorsi di formazione per operatori e genitori della prima infanzia.

Quali sono le strutture che sono più accoglienti verso le vostre proposte?

Anche se numericamente non sono ancora moltissime ad aderire, le strutture di sostegno alla disabilità apprezzano molto proposte espressive che permettono ad un’utenza anche grave e gravissima di fare un’esperienza di benessere e di relazionalità alta. Anche le famiglie sono molto bisognose di strumenti e contesti che sostengano la crescita dei loro figli, in una quotidianità che pone sempre più sfide: non necessariamente i genitori sono disponibili a percorsi di consapevolezza sul nucleo famigliare, ma di certo portano i bimbi ai corsi con un’aspettativa altissima, quasi taumaturgica, rispetto allo strumento espressivo come possibilità di cura e di benessere.

In questo salotto si parla di sogni. Vuoi svelarci un pezzettino della visione che stai cercando di realizzare?

Innanzitutto sono molto contenta del percorso fatto finora: la priorità era alzarmi al mattino con la gioia di andare a lavorare, e sapendo che quel lavoro non avrebbe solo garantito una sussistenza economica, ma che avrebbe lasciato un segno nella società, e sono molto grata di arrivare a 32 anni avendo spuntato queste voci dalla lista dei desideri. Ora vorrei una maggiore sostenibilità da un punto di vista di ritmi lavorativi, e più relazioni efficaci con il territorio per poter davvero generare un piccolo polo artistico-culturale: stiamo cercando uno studio in cui basarci, a Monza, per poter razionalizzare i tanti sforzi fatti negli anni e diventare un riferimento chiaro e visibile, nella speranza che la nostra esperienza possa ispirare altri movimenti: c’è bisogno di tanto cambiamento, e l’unione fa la forza.
In ambito artistico è difficile scindere tra vita privata e personale; nel mio caso è una fortuna, visto che vivo con un artigiano orafo: desideriamo entrambi continuare a sviluppare le nostre carriere, intrecciandole ad un progetto familiare in cui la creatività e la ricerca artistica siano non solo una deformazione professionale, ma un’ispirazione in ogni ambito di vita. Non fatevi fuorviare dallo stereotipo dell’artista nevrotico, socialmente emarginato e povero: se si ha una visione e ci si dota delle opportune competenze professionali, con caparbietà e mantenendo un senso del reale, è possibile realizzare un percorso di pienezza, serenità e soddisfazioni.

Grazie Lavinia per averci presentato questo bellissimo progetto.
Se avete contatti nella zona di Monza potete aiutiarli a trovare una nuova sede dove portare la bellezza di questi progetti. Grazie!

Add A Comment