Sentirsi inadeguata: il troppo pieno

Una settimana fa è uscito Koru, primo capitolo della trilogia di Deana.  Mi trovo a cadere ancora nello stesso errore e raggiungo il troppo pieno.

Capisco la resistenza di molti sulle trilogie perchè anche io nutro delle riserve. Nel senso che a volte sono realmente tre parti di un romanzo che viene diviso per scopi commerciali. La trilogia di Deana nasce come progetto fatto su tre libri. Lo dimostra il fatto che è uscito Koru e c'è la prima stesura del secondo, scritta lo scorso dicembre. Il terzo esiste solo nella mia mente, per ora. C'è, devo solo scriverlo. E mi piace che sia così perchè un progetto cresce, i personaggi cambiano e cambia la scrittura. E cambia l'autore. Proprio da questo nasce la riflessione di questi giorni.

Nell'ultima settimana ho fatto i conti con me stessa e ho tirato le somme. Non sul libro, ma su come ho vissuto questi mesi di lavoro. Approfitto per ringraziare chi ha acquistato e letto Koru e mi ha scritto. Sapere che siete in compagnia di Deana fino a notte fonda confesso che è una sensazione davvero appagante e mi fa sentire immensamente grata per l'affetto che mi state dimostrando con un sacco di messaggi che vanno dal dirmi qual è il vostro personaggio preferito, fino alle domande trabocchetto per avere indiscrezioni sul secondo episodio. Siete fantastici...e tremendi!

La riflessione però è un'altra. Quando inizio un progetto nuovo, in cui credo, mi butto a capofitto. Mi dedico anima e corpo per mesi. Arriva però un punto in cui basta poco e l'equilibrio si rompe. Arrivo a quello che definisco troppo pieno, come i buchi sul lavandino da cui esce l'acqua in eccesso. A settembre nostro figlio ha iniziato l'asilo. Non è stato un inserimento facile e sono sicura che molte di voi ne sanno qualcosa. Inoltre, era spesso malato e ha iniziato a non voler più andare dai nonni. Mi ha tolto così i due pomeriggi a settimana, lunedì e mercoledì, in cui per circa tre ore, mentre lui stava con i nonni,  potevo lavorare al blog o al libro, oppure dedicarmi alla casa. Da sola. In silenzio. Complice un paio di viaggi che hanno incasinato ancora di più la routine, ho smesso di fare yoga (dovevo editare!) e ho iniziato a scaricare tutta la tensione sullo stomaco. Nelle ultime settimane non esisteva più Silvia, ma ero Mathilda che lavorava al blog, al libro, alla promozione. Applicare il metodo Roads mi aiutava ad arrivare a tutto, ma avevo ceduto il mio spazio.
Quando lunedì è uscito il libro sono entrata in fase riflessiva: "Dove ho sbagliato?" Pensavo a questo stomaco che mi faceva sentire costantemente in tensione, carica di adrenalina ed entusiasmo che non riuscivo a scaricare. Nel fine settimana ho avuto un flash.
Sono tornata con la mente a molti anni fa.

Avevo iniziato il tirocinio in presidio psichiatrico e mi piaceva. Era una sfida dimostrare che ce l'avrei fatta, avrei fatto la differenza in quel posto dimenticato da Dio. Avevo 21 anni e mi buttai così tanto sul lavoro (e senza strumenti adeguati) che le ultime settimane arrivai al troppo pieno e iniziai a non mangiare, non dormire e il poco che dormivo sognavo i pazienti. Avevo superato il mio limite interiore.

Tre anni fa è successa la stessa cosa. Dopo una gravidanza come tante, con fastidi e problemi di vario tipo, ho partorito ed ero così calata nel ruolo di mamma da aver dimenticato i miei spazi. E' successo anche a molte di voi, vero? Facevo la doccia di corsa, non mi prendevo spazi per me, e per 5 mesi ho avuto una relazione extraconiugale con il tiralatte perchè il pupo non si attaccava, ma io volevo allattare. Faceva parte del mio concetto dell'essere una buona mamma dato che ho mille allergie e quello mi sembrava un ottimo aiuto per prevenire problemi futuri. E quanto si può reggere così? Io ho retto più di un anno e mezzo tra pupo, allattamento, blog, gruppi ecc. poi però non ne potevo più. Ho ripreso i miei spazi, lentamente, per evitare di cadere in una depressione post partum.

Sono recidiva. Per fortuna non mi capita con tutte le cose, ma solo con ciò che diventa una sfida con me stessa, alle mie paure, ai miei limiti. Chissà se questa volta ho imparato la lezione. Se sento lo stimolo della fame mi posso fermare, non faccio del male a nessuno se non finisco subito. Se arriva una mail e non rispondo subito non casca il mondo. Se mancano due pagine a finire il capitolo del libro che sto leggendo e muoio di sonno, mi posso fermare. Non faccio peccato e non commetto un reato.
Riflettevo sul fatto che spesso le donne, le mamme hanno bisogno di dimostrare sempre, sul lavoro o nel privato, quanto sono in grado di fare, e si impegnano dando più del loro massimo. Eppure, per assurdo, si arriva al punto di sentirsi inadeguate perchè c'è sempre qualcos'altro che avremmo voluto fare e non abbiamo fatto. E nella scelta di cosa fare e cosa lasciare fuori e rimandare, si gioca il nostro equilibrio tra l'essere buone e brave e il non essere abbastanza. E tutto crolla.

Ho la fortuna di avere una borsa degli strumenti molto ben fornita e, visto il crollo a 21 anni, ho imparato, se non altro, a fermarmi un attimo prima. Però non tutti hanno EFT, reiki, fiori di bach ecc. per tamponare una situazione emotiva impedendole di diventare patologica. E purtroppo nascono proprio qui molti dei disturbi cronici con cui abbiamo a che fare quotidianamente. Derivano dallo stress. E siamo noi che viviamo in maniera stressante e adrenalinica ogni situazione.

A distanza di una settimana dall'uscita del libro io continuo a riflettere, ho rallentato, mi sono rimessa in pari con alcune cose di casa che avevo tralasciato e soprattutto sto tornando ad essere un po' più Silvia e un po' meno Mathilda, tra yoga, autotrattamenti di reiki, e lentezza. E nella quiete mi godo le vostre mail, i messaggi di ringraziamento e i complimenti. E in questi momento capisco che l'impegno è valso ogni minuto passato al pc a notte fonda. E tra un po' si riparte con un altro editing. Lentamente.

Comments

  1. sei un antidoto, serio e fidato. non sento il bisogno di consultare il bugiardino, perchè “la confezione” è trasparente e leale. GRAZIE

  2. chiara

    Silvia,
    leggo molto sentito questo post..condivido le riflessioni e penso che noi donne ci diamo di piu’ superando i nostri limiti e pensando spesso di piu’ agli altri che a noi stesse, in ogni dimensione della vita..ci appare dovuto! Mi piace di piu’ ultimamente la lentezza e il silenzio, riconoscendo che entrambi sono affini alla mia anima: io ho sempre creduto di essere una velocista. Ma nella velocita’ ho perduto l’ essenza delle cose e a volte la mia strada, non la vedevo piu’..ci siamo adesso..per aprirsi al nuovo e avere amore x se stessi e’ buono avere calma e tempo per riflettere e di piu’ ascoltarsi. Si respira anche meglio e i malesseri se ne vanno.
    Chiara

    1. Se non ci fosse stato uno sfasamento della solita routine sarei riuscita a mantenere i miei spazi ‘vitali’. Così invece, per non mollare una cosa che amo fare specie ora che ero in dirittura d’arrivo, ho lasciato perdere altre cose. Ora sto recuperando ma la prevenzione è sempre la cosa migliora. 😀 Vediamo se succede a breve, per il prossimo editing, potete picchiarmi. Per me essere coerenti è fondamentale. Non sopporta chi predica bene e razzola male. Fortuna che sforo solo in casi rari e quando sono alle prese con cose ‘grosse’. 😀 Questo dimostra che abbiamo sempre qualcosa da imparare. 🙂

  3. bello questo post! ho lo stesso problema, mi capita spesso di restare paralizzata dalle troppe cose. magari tutte belle e interessanti, ma troppe.
    l’ultima volta mi hai soccorsa tu, coi fiori di bach 🙂

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